martedì 11 gennaio 2011

La pentima

Stamane è una bella giornata, posso uscire per la solita camminata. Dopo 1 ora di camminata sono un po’ affaticata c’è abbastanza vento, arrivo alla pentima,  mi appoggio alla ringhiera e chiudo gli occhi, sento l’odore intenso del mare che penetra nelle narici, il rumore del mare che sbatte contro gli scogli e frangiflutti, apro gli occhi la cosa che mi colpisce subito è il colore del mare all’orizzonte di un blu intenso spezzato da piccole onde bianche, all’orizzonte sembra che delle nuvole di un tenue bianco escano dal mare, come a non voler rovinare quell’incanto si alzano verso il cielo, invece l’acqua vicino agli scogli è trasparente,  si vede il fondale, che meraviglia. Nel mare ci sono dei gozzi,  intravedo persone intente a pescare, alcuni  pescherecci fanno ritorno a riva  sono seguiti da uno sciame di gabbiani, oh! i gabbiani, mi ritorna alla mente  la lettura di un libro fatta a mia figlia quando era piccola  “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare” è un romanzo di Luis SepúlvedaAndiamo avanti, la pentima è un posto suggestivo una terrazza sul mare, molto amato e frequentato, anche da turisti stranieri, oggi sono presenti, mi dispiace che sia imbrattata da scritte di ogni genere, il verde delle aiuole è alquanto trascurato, tanto per dire c’è il solito signore che fregandosene lascia il suo cane  scacazzare e fare pipì ovunque, fregandosene di pulire, mi chiedo, questo è il rispetto delle cose di tutti?
Sulla sinistra la suggestiva caletta sabbiosa, seguita dalla cinta muraria che cinge il centro storico della cittadina, le case dal bianco candido spiccano riflesse dal sole, il campanile della cattedrale erge maestoso,  sembra ricordare ai monopolitani  la casa della loro protettrice la madonna della madia.
Sono stanca, rientro a casa.

Rosaria Caria

Nessuna gioia è uguale ad un altra


Il dodici agosto del 2008 alle ore 09,30 sono in posta per pagare delle bollette, squilla il cellulare è mio figlio,  mi informa che Annalisa si  è ricoverata in ospedale ha le doglie. Sia io che Paolo (mio marito) siamo pronti per andare al mare, ci siamo entusiasmati alla notizia, corriamo a casa abbiamo riempiamo un borsone alla rinfusa  di vestiti e partiamo per Modena.
Non so descrivere cosa proviamo, il tragitto è molto agitato, non si arriva mai, il cellulare squilla in continuazione, arrivati siamo sempre molto eccitati, ma la piccola ha deciso di farsi attendere, dopo una lunga notte di attesa in ospedale,  Amelié è nata, quando finalmente  ho potuto prenderla in braccio, mi prevale   una sensazione indescrivibile tremo, rido, piango,  non riesco a controllare l’emozione, le  sussurro benvenuta piccola, sono la nonna Rosaria, ti anticipo che potrai contare sempre su di me, ti voglio bene. La bacio sulla fronte con delicatezza.
Quando siamo ormai tranquilli e  ricomposti, guardo Paolo gli dico: ora possiamo andare a cambiarci, siamo ancora in costume da bagno. 

Rosaria Caria

Poche righe in Skaz

Il cacchione 'ngappachen si fa una vasca per il corso, con gli occhi a palla di gazzosa va all'amico: "OH, finalmente ti vedo in versione 3D! Allora, come lo metti a nome sto fatto qua?". E l'altro cacchione, tutto prisciato dopo un muffolo di birra:"Mo bbast! Diciamo che 'm so zzitato!".


Maria Grazia Piemontese

martedì 14 dicembre 2010

10 cose che ho fatto ma non posso credere di aver fatto

Tralasciando le esperienze intime in cui, bene o male, ci sono sempre aneddoti strani e inconfessabili, penso che le 10 cose che ho fatto ma che non posso credere di aver fatto siano le seguenti:
  1. Salasso a scuola mentre mia zia mi guardava e io facevo l’indifferente;
  2. rubare un anellino da una bancarella;
  3. essermi laureate 3 più 2 esattamente in 5 anni;
  4. aver baciato uno sconosciuto mai più rivisto;
  5. fatto una scorreggina su richiesta per vincere una scommessa;
  6. per quieto vivere aver acconsentito a delle decisioni sbagliate;
  7. fatto 40 km a piedi, Mattinata – Vieste, attraversando sentieri inutilizzati da decenni;
  8. aver dormito nel sacco a pelo, sulla cima di un monte, senza la tenda e in compagnia di tanti schifosissimi insetti;
  9. essermi fidata delle persone sbagliate;
  10. aver rivelato di aver fatto una scorreggina su richiesta per vincere una scommessa.




La felicità dorme

Ascoltare Benvegnù mentre aspetto che il treno parta per raggiungere la mia fermata, che non è la mia meta. Ieri, come oggi, come domani, in un ripetersi monotono di ritmi, di freddi annunci, di sali e scendi di vita fremente di giungere a destinazione puntando un’altra meta. Un viaggio quotidiano che, a ben vedere, è un semplice trasporto merci, lo spostamento di un corpo, di tanti corpi, da un posto all’altro. Trasferirsi giorno dopo giorno senza più assaporare il tragitto, cogliere i colori della natura che si trasforma davanti ai nostri occhi ignara della mia, della nostra indifferenza.

Leggere un buon libro, ascoltare ottima musica. Il viaggio in treno per lavoro diventa il momento, forse purtroppo l’unico della giornata, in cui è possibile ritagliarsi una spazio personale, dedicarsi alle proprie passioni o semplicemente riuscire a cogliere i piccoli piaceri della lettura e dell’ascolto. Circa una mezz’oretta per fermare un pensiero su un’agendina, abbozzare un racconto su un notebook, lasciarsi trasportare dalle note di una musica amata, rassicurante, profonda, ricca di stimoli per riflessioni su di me, su di noi, sul mondo.

Piaceri a breve termine, a tempo determinato. La bolla di sapone esplode allo scadere della mezz’ora mattutina e non torna nella mezz’ora della sera. Il viaggio verso casa è scandito da discorsi, monotoni e sterili, su chi condivide con noi la giornata; da sbadigli stanchi e forse rassegnati. Anzi, troppo spesso. E così passano i giorni, le settimane, i mesi, gli anni. E solo la distanza riesce a far emergere i nostri personali progressi, i cambiamenti. Il mio viaggio verso il luogo di lavoro non è la mia meta. I progressi e la coscienza che pian piano acquisisco di me stessa sono dei piccoli grandi tesori che, presto o tardi, diventeranno dei lego, dei mattoncini colorati sui quali si baserà la mia vera fermata.

Sarà una fermata diversa da quelle che incontro adesso. Sarà una meta calda, accogliente, mia. Guarderò le pareti solide e colorate e penserò alle mie idee, ogni particolare parlerà della forza di quei progetti che ora si affacciano timidamente in me, ma che un giorno esploderanno, magari anche grazie alla sinergia con un’altra mente. Brillante, spiazzante, unica. E insieme all’alba nascerà anche il primo sorriso della giornata, guarderò il pouf nero e penserò che sta meglio accanto al tavolino trasparente invece che vicino alla scrivania rossa. Ogni mio tenero pensiero si materializzerà in un abbraccio e via! L’energia chiama energia, come la creatività cerca stimoli. E troverò anche quelli, nelle discussioni ridenti tra un bicchiere di vino e l’altro, nella scoperta di una nuova ricetta che entusiasmerà il palato dell’intera tavolata. Poi le avventure con i miei piccoli cuccioli mi faranno guardare il mondo da nuove prospettive. Sul tavolo ci sarà il mio pc, i miei mille appunti accanto alle penne e ai segna libri tutti perfettamente in ordine. Allora deciderò di terminare un lavoro sul divano, un altro in veranda e l’altro ancora tra le sue braccia che non mi hanno mai abbandonata, anche quando hanno allentato la presa sono sempre state lì. E penserò che tutta la ricchezza la avrò avuta anche grazie alle mie giornate speedy, che in fondo ne sarà valsa la pena.

Sono arrivata, devo prepararmi per scendere dall’espresso partito da Torino Porta Nuova, diretto a Lecce. Tra le fermate, la terza è la mia: Monopoli.

lunedì 13 dicembre 2010

Vuoto spinto

Una giornata grigia di mezza stagione, senza sole e senza ombre. La pioggia sarebbe una liberazione: un bel temporale, uno scroscio deciso per alleggerire le nuvole. Invece, niente: il cielo rimane uniformemente cupo, in stasi, un immenso tetto di pietra il cui peso ricade tutto sull’anima.
Il tempo sembra non esistere più e ogni gesto rallentato e ripetuto all’infinito. I colori non esistono, tutto è uniformemente grigio, tiepido, insipido. L’aria stessa è ferma, tanto da solidificare e diventare cemento fin dentro i polmoni.
Il silenzio fino alle ossa, assoluto, alienante, tale da zittire anche la propria voce, con i pensieri dispersi nel vuoto, senza che nessuno possa ascoltarli. Anche ricordi sono troppo distanti per poter regalare un po’ di calore e vita a questo sterminato deserto.
Tutto intorno solo fredde statue dalle sembianze umane, senza volto, tutte girate di spalle e con lo sguardo rivolto altrove, lontano, ognuna per la sua strada.
Perso, senza né una strada da seguire né una meta da raggiungere. Solo la speranza, fiamma perenne nel cuore, concede il calore e la forza necessaria ad attendere il ritorno del sole.

Leo

Sulla “pentima”. Fotografia semiseria di un litorale.

Arrivo su questo breve marciapiede litorale conosciuto, in maniera poco originale, come “pentima” dieci minuti prima delle 16,00.
Mentre guardo all’orizzonte cercando di pianificare descrizioni e altre visioni, sopraggiunge un mio amico e collega sulla sua straordinaria bicicletta antichizzata. Scambio di banali saluti e di sincera sorpresa per l’incontro. Chiariti i motivi della sincrona escursione si raccomanda con me di salutargli Dada, comune amica e docente.
Rilancio lo sguardo in navigazione. All’orizzonte un cielo grigio tendente al celeste quasi si confonde con il mare celeste tendente al grigio. Riesco, nonostante la miopia e la leggera foschia, a distinguere le piccole sagome di sedici barche e di una canoa con due vogatori a bordo.
Abbasso ancora gli occhi per ancorarli alla terra ferma. Nel punto in cui mi trovo, la scogliera mi appare perpendicolare e il suo perimetro disegna una sorta di enorme arcata dentale di squalo.
Su uno di questi denti giace un pescatore ben coperto e ben nutrito alle prese con due canne da pesca che, ad intervalli quasi regolari, riposiziona su una sorta di treppiede metallico. Nelle pause di lavoro osserva i galleggianti delle lenze e fuma.
Sul dente a me più vicino un manto di erbacce accoglie qualche cartaccia e pochi altri rifiuti estivi. Troppo pochi, qualche onda grossa avrà già fatto da spazzino. Volgendo lo sguardo alla mia destra completo la panoramica di 180° iniziata all’orizzonte. Finalmente sono di fronte all’origine dell’appellativo. Conto, infatti, nove enormi “pentime” disposte l’una di fianco all’altra a formare una robusta barriera a difesa (e quasi a riconoscenza) di due piccole spiagge da cui cento, mille, un milione di anni fa furono forse partorite. Le due piccole aree costiere sono delimitate a nord e a sud da scogliere e ad ovest dal muro artificiale che culmina sotto il livello stradale.
La visione d’insieme ricorda, in maniera molto meno suggestiva, quella di un teatro romano diviso in due settori. Infatti, una “pentima” (pigra o semplicemente ritardataria) segna il confine fra le due spiagge, mentre una piccola palma sbuca, coraggiosamente, dalla sua base.
Sulla battigia della prima si mescolano, incestuosamente, ciottoli di pietra bianco sporco e tavolette di polistirolo bianco latte. Comprendo l’utilità del cartello che sancisce il divieto di balneazione a partire dall’11/08/1995. Intuisco che fino a quella data era stato utile anche il piccolo percorso a scivolo che congiunge il livello stradale alla battigia.
La seconda riva, invece, offre una varietà di terreni ben più composita: alghe, vicino al mare, e poi sabbia grossa (o, forse, breccia per edilizia), terra e ancora ciottoli.
Il limite meridionale è costituito da un muro naturale di scoglio che ospita una grotta con pareti forse così rettilinee da sembrare artificiali. La parete marina si ricongiunge ad un’altra scogliera più omogenea e compatta tramite una lingua rocciosa così irregolare da sembrare naturale.
Mi sposto sull’estremità orientale del lungomare. Una notevole intuizione mi fa pensare che sono già più vicino all’Albania.
Il limite estremo della terraferma è costituito da una piccola penisola assai frastagliata sia in altezza che in estensione e questa struttura genera piccole conche alcune colme come piccole pozzanghere, altre asciutte come piccoli crateri.
Mi distrae il passaggio di un’anziana signora in tuta ginnica con un cagnolino al guinzaglio. Scorgo nei due volti una somiglianza inquietante. Passano un paio di podisti con gli occhi e le mascelle stravolte dalla stanchezza.
Il pescatore, che adesso è alle mie spalle, lancia la lenza per l’ennesima volta. Me lo rivela il rumore di frustata che produce la canna. Ragazzi incoscienti ma coraggiosi mi sfilano di lato e davanti a bordo dei loro skateboard, sfidando le irregolarità del marciapiede, la forza di gravità e la mia pazienza.
Tutta questa umanità, però, rischia di offuscare la mia “fotografia”. Mi allontano allora, dirigendomi verso nord (sono sicuramente più vicino Venezia…).
Scorgo all’orizzonte un’enorme sagoma bianca, forse una nave da crociera, ma mi piace immaginare che sia la punta di un iceberg.
Sulla punta del molo, il faro del porto emette il suo solito raggio verde, mentre i sei lampioni che riesco a vedere illuminano di luce gialla la banchina ed il mare antistante. Le vecchie mura della città vecchia si sovrappongono alla restante parte del lungo braccio di cemento e impediscono di scorgere il porto.
Un pescatore bambino lancia la sua lenza mentre una canoa con cinque vogatori fa rientro a riva. Un’altra canoa, con due atleti, la segue a stento. Più a largo, una barchetta a vela discreta ed elegante sembra muoversi col passo di una petroliera. La scogliera, da questo lato, mi sembra più sporca: lattine, fazzolettini, mozziconi e mozziconi. Il mare, su questo versante, non è così efficiente come spazzino.
Due ultime annotazioni: i lati più riparati e, in generale, le punte degli scogli mantengono una colorazione sempre più chiara rispetto alle superfici più esposte ai flutti. In questa città molti vanno in canoa, alcuni sugli skateboard e pochi vanno a pesca.
La sua vocazione marinara è ancora solida.

di Giangi