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mercoledì 16 febbraio 2011

Pentima


Come gargoyle i cannoni di Portavecchia stanno appollaiati sulle mura antiche, testimoni di un passato sempre più dimenticato. E nel cielo , tra le stelle e costellazioni, il silenzio. La bandiera dell’Italia che folleggia nel vento, le luci accecanti, auto parcheggiate – che danno l’impressione di stare in una città- danno un guizzo sulle abitudini e manie dell’uomo d’oggi. E tra antico e moderno, carrozze di ieri e d’oggi, come ultimi irremovibili romantici, le panchine guardano il mare ascoltando la voce delle onde che da  secoli fanno musica, nessun altro rumore ad infastidire l’aria tersa per il freddo. Un urlo “TI AMO” spezza il silenzio. È un ragazzo che seduto scruta l’infinito. 

Giuseppe

LA MIA GIORNATA TIPO: 25'MINUTI


In genere torno a casa dopo aver trascorso decisamente troppe ore fuori.
Ho giusto la forza per una doccia, una cena veloce mentre guardo ‘Un posto al sole’ con mamma e papà, e poi di corsa in camera.
Ho bisogno di stare un po’ nel mio mondo e di pensare un po’ a me stessa.
Non ho mai voglia di mettere in ordine e rimando tutto al fine settimana. Indosso il pigiamino e mi metto a letto: tv o libro? Vince quasi sempre il libro.
Dovrei accendere il PC e videochiamare Fabrizio, ma l’ idea di rimettermi al computer pure a casa mi disgusta. Preferisco il telefono sotto il piumone, anche perché a quell’ ora e con con quella faccia….
Non spengo la luce mai prima di mezza notte.
La mia sveglia suona alle 6e40 ma io la pospongo all’ infinito.
E ogni giorno sono in regolare in ritardo! Non riesco mai a fare metano che la sera prima ho rimandato alla mattina dopo.
E cominciano i miei 25 minuti di riflessione in macchina. Ormai non penso più alla strada ed allo stronzo di turno che non lascia libera la corsia di sorpasso pur andando a 50 all’ ora.
Rido ascoltando RDS, cerco il mare per scoprire se è incazzato, penso a ciò che ho letto al sera prima, a cosa porterò con me a Cagliari il fine settimana dopo, ma mai a cosa dovrò fare a lavoro una volta arrivata. I pensieri doverosi devono cominciare solo dopo le 8e30.…diciamo dopo le 8e40 considerato il ritardo!
Poi trucco, telefono e ricomincia la giornata.

Cinzia

LA PENTIMA…SPACCATA


Sono arrivata tardi ed ho parcheggiato la mia Panda dal lato della porta vecchia: a sinistra la spiaggia, di fronte a me la passeggiata illuminata della Pentima Spaccata.
Non scendo: 1 perché ho freddo oltre che fame; 2 mi sento un po’ sfigata a passeggiare da sola in un posto che un tempo ritenevo molto romantico.
Da qui prevale il bianco dei marmi ed il nero delle ringhiere e dei lampioni a cui hanno rubato tutte le sfere di vetro; per fortuna hanno risparmiato le lampadine.
Sullo sfondo il cielo buio.
Apro il finestrino e sento sotto di me il rumore del mare che è calmo, come ormai da diversi giorni.
Immagino di percorrere il viale davanti a me: credo di conoscerlo alla perfezione, nonostante le modifiche che ha subito nel tempo.
In genere percorrevamo una parte del viale con il mio Zip rosso fiammante, e ci fermavamo immediatamente a destra. C’ era una sorta di piattaforma su cui ci sedevamo a fumare dopo aver mangiato i panzerottini fritti del panificio dello Studente e bevuto Estatè al limone.
A quei tempi alla mia sinistra c’ era un ponte di legno montato sugli scogli che appena riaffiorano. Era suggestivo, ma una mareggiata lo ha distrutto forse 15 anni fa. Il progettista avrebbe dovuto prevederne il rischio.
E sempre a sinistra è rimasta intatta (forse solo un po’ corrosa dal tempo, dalla salsedine e dai teppisti) una scalinata a forma di U asimmetrica. Sarà alta in tutto 1 metro e se ti siedi in sommità puoi guardare il mare e ammirare una parte delle mura del paese vecchio. È una vera meraviglia!
Che fortuna abitare in una città così bella!
Se continui a passeggiare non puoi non notare un edificio sulla destra: è una scuola ormai fatiscente.
Dall’ altro lato solo qualche panchina distrutta, gli scogli, il mare. Un tempo venivamo a fare il bagno, l’ acqua era limpidissima. Poi il divieto di balneazione. Ho sempre considerato la parte finale, quella verso la strada, poco interessante.
Metto in moto e torno a casa: la focaccia con i carciofi mi aspetta!

Cinzia

domenica 23 gennaio 2011

Descrizione di un personaggio

Con i suoi 106 kg, i suoi 162 cm e la sua testa piccolina non appariva proprio armonioso e neanche somalo. Avete mai visto un somalo largo e grasso? Joussef Mhadi aveva però una passo veloce da ballerino notturno ed una voce calda da baritono. Occhi castani e capelli corti, impercettibili e neri. Bianca la fedina penale. A 43 anni aveva già sposato 4 donne e procreato 16 volte e fatto l’amore 1.000 volte. Era quasi laureato a Mogadiscio e avrebbe voluto fare il medico nella sua Africa ma era finito alla Caritas di Catania per salvare disperati di tutto il Mediterraneo e, soprattutto, se stesso.

mercoledì 19 gennaio 2011

Descrizione di un personaggio

 
IL PRIMO INCONTRO
Finalmente ho l’occasione di vederla di persona, dopo tante chiacchiere scambiate in chat. Eccola lì, seduta su una panca del Pub, con una chitarra acustica tra le braccia, intenta ad accordarla.
La prima cosa che si nota in lei sono i capelli: capelli lunghi, ricci e vivacemente rossi che scendono sulle sue spalle contrastando con il bianco candido della sua pelle e creando un gioco di colori impossibile da non notare. Sembra quasi che madre natura abbia voluto evidenziarla con le sue tempere, in modo da rendere subito palese a tutti quanto speciale e unica lei sia.
Il suo fisico magro, slanciato ed esile come quello di una modella dà subito l’idea di una fragilità indifesa, fragilità che si riflette nel suo carattere delicato come le ali di una farfalla.
Le labbra sottili, in perfetta sintonia con i lineamenti del suo viso, sono spesso impegnate in larghi sorrisi, mentre i suoi occhi castani, quelli che più di ogni altra cosa mi hanno rapito, tradiscono una tristezza profonda, straziante, malinconica, a tratti commovente.
Ogni dettaglio del suo aspetto è legato in qualche modo alla sua anima: il bianco della pelle ricorda una purezza ed una ingenuità quasi infantili e il rosso acceso dei capelli sa di passione, la stessa passione che mette nel canto, nel ballo, nella pittura e in tutto quello che fa.
Appena si accinge a suonare e a cantare, ecco che la malinconia nei suoi occhi svanisce e ne traspare la sua anima sognatrice e libera, indefinibile com’è indefinibile la bellezza di un’opera d’arte.
Ed è così che ogni mio desiderio, ogni mia parola, ogni mio pensiero si scioglie e mi ritrovo semplicemente ad ammirarla, cercando le parole ma senza riuscire a dire nulla di sensato, ammaliato, confuso, stordito da questo meraviglioso spettacolo.
Ed è così che pian piano mi rendo conto di quanto lei sia per me irraggiungibile.

martedì 11 gennaio 2011

La pentima

Stamane è una bella giornata, posso uscire per la solita camminata. Dopo 1 ora di camminata sono un po’ affaticata c’è abbastanza vento, arrivo alla pentima,  mi appoggio alla ringhiera e chiudo gli occhi, sento l’odore intenso del mare che penetra nelle narici, il rumore del mare che sbatte contro gli scogli e frangiflutti, apro gli occhi la cosa che mi colpisce subito è il colore del mare all’orizzonte di un blu intenso spezzato da piccole onde bianche, all’orizzonte sembra che delle nuvole di un tenue bianco escano dal mare, come a non voler rovinare quell’incanto si alzano verso il cielo, invece l’acqua vicino agli scogli è trasparente,  si vede il fondale, che meraviglia. Nel mare ci sono dei gozzi,  intravedo persone intente a pescare, alcuni  pescherecci fanno ritorno a riva  sono seguiti da uno sciame di gabbiani, oh! i gabbiani, mi ritorna alla mente  la lettura di un libro fatta a mia figlia quando era piccola  “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare” è un romanzo di Luis SepúlvedaAndiamo avanti, la pentima è un posto suggestivo una terrazza sul mare, molto amato e frequentato, anche da turisti stranieri, oggi sono presenti, mi dispiace che sia imbrattata da scritte di ogni genere, il verde delle aiuole è alquanto trascurato, tanto per dire c’è il solito signore che fregandosene lascia il suo cane  scacazzare e fare pipì ovunque, fregandosene di pulire, mi chiedo, questo è il rispetto delle cose di tutti?
Sulla sinistra la suggestiva caletta sabbiosa, seguita dalla cinta muraria che cinge il centro storico della cittadina, le case dal bianco candido spiccano riflesse dal sole, il campanile della cattedrale erge maestoso,  sembra ricordare ai monopolitani  la casa della loro protettrice la madonna della madia.
Sono stanca, rientro a casa.

Rosaria Caria

lunedì 13 dicembre 2010

Sulla “pentima”. Fotografia semiseria di un litorale.

Arrivo su questo breve marciapiede litorale conosciuto, in maniera poco originale, come “pentima” dieci minuti prima delle 16,00.
Mentre guardo all’orizzonte cercando di pianificare descrizioni e altre visioni, sopraggiunge un mio amico e collega sulla sua straordinaria bicicletta antichizzata. Scambio di banali saluti e di sincera sorpresa per l’incontro. Chiariti i motivi della sincrona escursione si raccomanda con me di salutargli Dada, comune amica e docente.
Rilancio lo sguardo in navigazione. All’orizzonte un cielo grigio tendente al celeste quasi si confonde con il mare celeste tendente al grigio. Riesco, nonostante la miopia e la leggera foschia, a distinguere le piccole sagome di sedici barche e di una canoa con due vogatori a bordo.
Abbasso ancora gli occhi per ancorarli alla terra ferma. Nel punto in cui mi trovo, la scogliera mi appare perpendicolare e il suo perimetro disegna una sorta di enorme arcata dentale di squalo.
Su uno di questi denti giace un pescatore ben coperto e ben nutrito alle prese con due canne da pesca che, ad intervalli quasi regolari, riposiziona su una sorta di treppiede metallico. Nelle pause di lavoro osserva i galleggianti delle lenze e fuma.
Sul dente a me più vicino un manto di erbacce accoglie qualche cartaccia e pochi altri rifiuti estivi. Troppo pochi, qualche onda grossa avrà già fatto da spazzino. Volgendo lo sguardo alla mia destra completo la panoramica di 180° iniziata all’orizzonte. Finalmente sono di fronte all’origine dell’appellativo. Conto, infatti, nove enormi “pentime” disposte l’una di fianco all’altra a formare una robusta barriera a difesa (e quasi a riconoscenza) di due piccole spiagge da cui cento, mille, un milione di anni fa furono forse partorite. Le due piccole aree costiere sono delimitate a nord e a sud da scogliere e ad ovest dal muro artificiale che culmina sotto il livello stradale.
La visione d’insieme ricorda, in maniera molto meno suggestiva, quella di un teatro romano diviso in due settori. Infatti, una “pentima” (pigra o semplicemente ritardataria) segna il confine fra le due spiagge, mentre una piccola palma sbuca, coraggiosamente, dalla sua base.
Sulla battigia della prima si mescolano, incestuosamente, ciottoli di pietra bianco sporco e tavolette di polistirolo bianco latte. Comprendo l’utilità del cartello che sancisce il divieto di balneazione a partire dall’11/08/1995. Intuisco che fino a quella data era stato utile anche il piccolo percorso a scivolo che congiunge il livello stradale alla battigia.
La seconda riva, invece, offre una varietà di terreni ben più composita: alghe, vicino al mare, e poi sabbia grossa (o, forse, breccia per edilizia), terra e ancora ciottoli.
Il limite meridionale è costituito da un muro naturale di scoglio che ospita una grotta con pareti forse così rettilinee da sembrare artificiali. La parete marina si ricongiunge ad un’altra scogliera più omogenea e compatta tramite una lingua rocciosa così irregolare da sembrare naturale.
Mi sposto sull’estremità orientale del lungomare. Una notevole intuizione mi fa pensare che sono già più vicino all’Albania.
Il limite estremo della terraferma è costituito da una piccola penisola assai frastagliata sia in altezza che in estensione e questa struttura genera piccole conche alcune colme come piccole pozzanghere, altre asciutte come piccoli crateri.
Mi distrae il passaggio di un’anziana signora in tuta ginnica con un cagnolino al guinzaglio. Scorgo nei due volti una somiglianza inquietante. Passano un paio di podisti con gli occhi e le mascelle stravolte dalla stanchezza.
Il pescatore, che adesso è alle mie spalle, lancia la lenza per l’ennesima volta. Me lo rivela il rumore di frustata che produce la canna. Ragazzi incoscienti ma coraggiosi mi sfilano di lato e davanti a bordo dei loro skateboard, sfidando le irregolarità del marciapiede, la forza di gravità e la mia pazienza.
Tutta questa umanità, però, rischia di offuscare la mia “fotografia”. Mi allontano allora, dirigendomi verso nord (sono sicuramente più vicino Venezia…).
Scorgo all’orizzonte un’enorme sagoma bianca, forse una nave da crociera, ma mi piace immaginare che sia la punta di un iceberg.
Sulla punta del molo, il faro del porto emette il suo solito raggio verde, mentre i sei lampioni che riesco a vedere illuminano di luce gialla la banchina ed il mare antistante. Le vecchie mura della città vecchia si sovrappongono alla restante parte del lungo braccio di cemento e impediscono di scorgere il porto.
Un pescatore bambino lancia la sua lenza mentre una canoa con cinque vogatori fa rientro a riva. Un’altra canoa, con due atleti, la segue a stento. Più a largo, una barchetta a vela discreta ed elegante sembra muoversi col passo di una petroliera. La scogliera, da questo lato, mi sembra più sporca: lattine, fazzolettini, mozziconi e mozziconi. Il mare, su questo versante, non è così efficiente come spazzino.
Due ultime annotazioni: i lati più riparati e, in generale, le punte degli scogli mantengono una colorazione sempre più chiara rispetto alle superfici più esposte ai flutti. In questa città molti vanno in canoa, alcuni sugli skateboard e pochi vanno a pesca.
La sua vocazione marinara è ancora solida.

di Giangi

LA PENTIMA

Era parecchio tempo che non passavo da qui, da questo angolo Monopolitano fatto di scogli, cemento, ferro, mare e sentimenti.
L’aria è di un freddo pungente, quel tanto che basta a farti desiderare l’abbraccio di qualcuno, ma non abbastanza da farti rimpiangere il tepore di un camino.
Il mare è calmo e scuro come il cielo che in esso si riflette, confluendo all’orizzonte come fossero un’unica immensa distesa. Manca solo la luna a completare quello che in altre situazioni avrei definito un panorama romantico.
A parte me e un gatto piuttosto schivo, non c’è nessun altro nei paraggi. Il nero del mare sfuma via via verso il grigio di roccia e cemento dove poggiano i miei piedi, grigiore reso ancora più freddo dalle luci artificiali. Il colore caldo delle mura del paese vecchio è distante, separato da una scura insenatura, la stessa caletta dove tante volte mi sono bagnato, gelandomi i piedi per salire o scendere dalla barca, quando ancora vogavo.
Un vuoto, una mancanza imperdonabile che stona con i miei ricordi: il ponticello diroccato di pietra e legno che si allungava verso il mare non esiste più, quasi come se non ci fosse mai stato. Probabilmente era troppo pericoloso, sicuramente inutile, di fatto rendeva questo luogo un po’ più interessante e, per chi aveva il coraggio di scavalcare le recinzioni in ferro che delimitano il marciapiede, in alcune occasioni anche intimo.
Questo luogo mi ha visto passeggiare, correre, mangiare, chiacchierare, baciare... eppure ora lo sento estraneo, quasi ostile. Sui muri centinaia di scritte più o meno sbiadite, ognuna con qualcosa da raccontare e tra queste, da qualche parte, quella di un ragazzo che non esiste più, dedicata a una ragazza che forse non è mai esistita.

Leo

lunedì 6 dicembre 2010

L’ avventura di Giu.Pez

A Giu.Pez proprio non va giù, deve necessariamente riuscire ad arrivare sino alla sera, col morale alle stelle e dormire dove finalmente la sogna. Con zero problemi si alza dal letto e dritto si dirige a fare ginnastica, temprare il carattere che lo aiuta a superare le barriere che lo ostacolano. Dopo la fatica una sana colazione con the e biscotti mentre segue dal televideo le ultime notizie di calcio: “ cavolo, il giocatore  che ho al fantacalcio si è infortunato. Porca miseria”. A rincuorarlo c’è sia la mamma, c'e l’acqua che lo sveglia togliendo le ultime scaglie di sonno. Pronto, vestito e col New York in testa va al lavoro, ma la strada è lunga, a volte troppo. Ma quante persone da salutare, persone che conosce ma sono da evitare e Giu.Pez è al lavoro. Solite cose da fare, il direttore che sclera e le noie e le lamentele lo rendono nervoso, “ ma tanto arriverà stasera” si dice. Stessa cosa nel pomeriggio, subito dopo aver ricaricato le pile, ma Giu.Pez c’è la deve fare, non si deve demoralizzare e col sorriso affronta tutti con la sua semplicità. Arrivano le 19.00- 19.30. E’ finita, ma le sorpresa è sempre dietro l’angolo che sia un amico che non vede da molto che notizie anche brutte, ma è finita. A casa i sorrisi dei genitori e gli occhi gioiosi del fratello lo fanno sentire sempre contento, soprattutto dopo il lavoro. Finalmente si mangia, un bel film magari comico e Giu.Pez alla fine va a dormire, dove dopo aver ascoltato un buon cd, finalmente la sogna. E mentalmente si prepara al giorno dopo comprese le sorprese che la vita gli porrà.

Giuseppe Pezzati

LA PENTIMA

So benissimo che fino alla prossima lezione non avrò voglia di andarci…oppure
me ne dimenticherò, come effettivamente è successo l’altra settimana.
Ammissione di colpa. Chissà cos’è peggio tra la pigrizia e la distrazione.
Tornando all’argomento, ho trovato un buon compromesso. Quel posto verrà
descritto, ma facendo due passi nella memoria vicina e lontana. Ci sono stato
un bel po’ di volte, qualcosa pescherò…lì  c’è pure il mare!

Sono circa le sei e mezza, sette di sera. Una giornata di metà maggio. Il buio
della notte è ancora lontano. L’aria è piacevolmente fresca, in cielo solo
qualche nuvola. Poco traffico, stranamente. Qualche barca in mare, in
lontananza, davanti a me. Questa scelta del momento ha un motivo. Lo so
soltanto io. Anzi, forse anche qualcun altro.

Mi muovo. Mi sto lasciando alle spalle il Bar Kambusa. Luogo d’incontro
conosciutissimo, irrinunciabile. Un bar semplice, fatto solo per bere, parlare,
ascoltare, ogni giorno dell’anno. Birra, cocktail, cicchetti, sigarette,
musica, bagni affollati, vomito nelle strade vicine, rare risse, casino, gente
qualsiasi, fighetti, alternativi, pseudointellettuali, ultras in branco (mai
visto uno da solo!), femmes fatales, trans, ragazzine vestite in modi che a
volte ti fanno pensare in dialetto “se quella era figlia a me!”. Ma è un
pensiero che dura poco, non ho figlie io, spesso tendo a godermi lo
spettacolo.

Mi muovo. Alla mia sinistra un parcheggio pieno d’auto in ordine sparso e poi
uno degli ingressi al Centro Storico, le mura sul mare. Davanti a me lo
strapiombo (fortunatamente protetto da una lunga ringhiera) sotto al quale c’è
la spiaggia Porta Vecchia (dal nome dell’ingresso di prima), ormai quasi
scomparsa, una sottile lingua di sabbia quasi completamente erosa dal mare, che
quando è molto agitato la copre completamente. Alla mia destra tabelloni
pubblicitari, una fontana e l’ingresso di una scuola.

Ora mi sto dirigendo verso la Pentima vera e propria, verso destra. La strada
scende un po’,  fino a un livello comunque molto più alto della spiaggia, poi
risale dolcemente. Per tutta la passeggiata avrò alla mia destra edifici
scolastici, alla mia sinistra una lunghissima balconata sul mare.

Il mare. Per chi cresce in una città col mare, è una presenza essenziale.
Almeno succede a me. Spesso mi piace guardarlo dalla finestra, da qualche
centinaio di metri. E se torno da un viaggio è una delle prime cose che guardo,
il mare di queste parti che mi fa subito sentire a casa. Forse  succede a tutti
con i posti che si ama e dove si vive, che sia mare montagna città deserto,
chissà. Ma il mare… Quando ti avvicini e lo guardi bene, sembra una persona
infinita ma non ingombrante. Ti ci puoi confrontare, spesso il suo stato d’
animo è opposto al tuo, altre volte sembra assecondarti. Può essere calmo e
placido, leggermente mosso e allegro, un po’ increspato e gagliardo,
decisamente agitato o incazzato nero con la schiuma che ti arriva qui. Qui
sulla pentima. Stavo divagando, eccomi tornato qui sul lungomare. Ma stasera
niente schiuma, tutto è calmo, forse io meno.

La Pentima è tutta fatta in quella chianca chiara molto diffusa da queste
parti. Un lungo viale di pietra che fiancheggia il mare. Qua e là qualche
aiuola spelacchiata, delle panchine in legno da cui mancano delle assi,
rendendo difficile poggiare la schiena o addirittura sedersi. Una balaustra
metallica corre lungo tutto il lato esterno, con delle interruzioni da cui è
possibile scendere verso il mare attraverso delle scale. Si tratta di un
versante pieno di scogli e rocce che spuntano qua e là, di forme e dimensioni
differenti, che fanno da cornice a tutta la pentima; essa stessa non è che una
lunghissima roccia ricoperta e trasformata in un lungomare.

All’inizio della mia passeggiata, alla mia sinistra, distaccato di una
quindicina di metri dalla terraferma, c’è il famoso isolotto, uno scoglio che
avevano ricoperto con una piattaforma in legno e collegato alla Pentima  con un
ponte anch’esso in legno. Credo di esserci anche salito tanti anni fa.
Purtroppo non ha resistito alle prime mareggiate più violente. Di fronte a
questa ottava meraviglia, dal lato della scuola, ci sono a far da pubblico un
furgoncino da “paninaro” e una postazione dei bagni pubblici…

Continuo a camminare. C’è qualche coppietta qua e là, in piedi o seduta,
qualcuno di ogni età che passeggia o va in bici, poche famiglie, di tanto in
tanto ragazzini sfrecciano in scooter o abbozzano semiacrobazie in skateboard.
Se cadono mi faccio due risate. Che bastardo!

Questo tratto iniziale è abbastanza spazioso e improvvisamente mi ricordo un
palco montato anni fa, gruppi giovanili che si esibiscono. Si, la Festa dell’
Unità! La si organizzava qui ogni estate, prima di spostarla nello scenario
bellissimo del Lungomare del Castello, prima di smettere completamente di
farla! Tre, quattro giorni di dibattiti, musica, gastronomia, volontariato.
Cambiare il mondo sembrava un po’ più facile.

Sto divagando, continuo a camminare. Sono alla svolta del piccolo anfiteatro.
Va detto che la Pentima, seguendo il disegno della costa, ha la forma di un
arco molto irregolare, forse una specie di boomerang storto. Nell’angolo di
congiunzione di questo boomerang, che sporge verso il mare,  è stato costruito
una specie di piccolo anfiteatro, qualche metro di diametro, giusto tre o
quattro gradini. Mi ricordo qualche serata tra amici, qui seduti a parlare e
ridere.
In questo punto il viale piega leggermente a destra e prosegue abbastanza
dritto verso la fine. Faccio caso solo ora ai lampioni neri in ferro, sono
accesi, la sera sta prendendo forma. Non è male l’impressione che danno con la
loro illuminazione. Certo sarebbe molto meglio de fossero ancora integri. In
cima hanno soltanto le lampadine, un tempo ricoperte di sfere bianche. Le hanno
rotte tutte. Si, proprio così, tempo fa qualche banda di teppistelli ha rotto
le palle…

In questo viale, sulla destra, ci sono tre o quattro delle famose panche. Una
di queste la conosco bene. La panca dei primi appuntamenti con lei. C’erano due
ottiche diverse, se arrivavo prima io (caso raro), la vedevo spuntare dall’
angolo dell’anfiteatro e avvicinarsi sempre più. Altrimenti, di solito,
svoltavo a quell’angolo e la vedevo lì ad aspettare. Bella. Arrivavo lì. Ciao.
Un bacio. Seduti accanto. Una sera insieme.
Una volta, ad aspettarla, mi faceva compagnia una rosa, affianco a me. Una
piccolezza da farsi perdonare. Risultato ottenuto. Donne. Feline e furiose, poi
basta un niente. Lama calda nel burro, neve al sole, un foglio di carta gettato
nel fuoco.

Sto ancora divagando, stavolta troppo. E adesso fa quasi freddo, è quasi buio,
non c’è nessun altro qui intorno, a parte un cane randagio una ventina di metri
più avanti. Continuo a camminare.

Il viale prosegue dritto. C’è un segnale di divieto di balneazione. Da quanto
tempo?

Il viale è finito. A destra è finito l’edificio scolastico. A sinistra, in
basso c’è una spiaggetta, non bellissima, non pulitissima. In alto la strada.
Prima c’era una fila di pini a costeggiarla, era un punto fresco e ombreggiato.
Dicevano che quegli alberi proteggevano anche dal grecale. Ora hanno estirpato
tutto, le radici stavano rovinando marciapiede e strada. Non c’è gara, tra
albero e asfalto.

Al di là della strada c’è un altro bar, il Piazza di Spagna. Un tempo il
Kambusa era qui e mi piaceva di più. Strano, comunque la si percorra la Pentima
inizia e finisce con un punto di ritrovo. Anche qui non è male, rispetto all’
altro posto è un po’ più tranquillo, più classico, meno variegato, meno
notturno. Spesso ci si sposta da un bar all’altro nella stessa serata, ma non
si va dalla Pentima, si preferisce la strada. Più breve, più comoda, più
riparata dal vento, ci si mette la metà del tempo. Si cammina il meno
possibile. A me piace molto camminare con calma. Se si guadagna tempo, forse ci
si perde molto di più. Chi lo sa. Probabilmente non è poi così amato questo
lungomare. Forse anch’io non mi sono divertito così tanto, forse perché ero
solo o non ho altro che mi leghi ora a questo posto. Chi lo sa.

Credo che gli altri mi aspettino al Kambusa  dopo questo giro solitario. Mi
hanno già squillato. Scelgo un tragitto. Vado dalla strada, ci metterò meno
tempo.

Chissà che ora è.


Francesco Girolamo

sabato 4 dicembre 2010

Le mie giornate speedy


06:40: La sveglia con le ruote di gomma comincia a trillare, a lampeggiare e io devo essere più veloce di lei, fermarla prima che si butti giù dal comodino e corra ovunque nella stanza delle altre cinque che beate loro dormono.
06:45-07:00: Latte caldo scaldato in uno scaldino di una delle mie coinquiline, l’aroma del caffè che è lì a dirmi “forza M.G., anche oggi ti do la carica, bevimi tutto!”, le fette biscottate con la marmellata della mamma affondano nella tazza prima, nella mia pancia poi, e via di corsa alla tappa successiva.
07:00-07:15 c.ca: In bagno. Minuti tutti per me.
Apro la porta, attraverso il corridoio, quasi inciampo nello stendino, investo la prima che riemerge dal sonno e via in camera a capire quale potrebbe essere l’abbigliamento migliore per affrontare l’ennesima giornata fuori casa. Borsa strapiena, busta con il pranzo, abbonamento, documenti.
07:45: Devo correre per prendere il treno, nelle cuffie i Sistem of a down o la Donà? No, oggi meglio i Kings of convenience.
08:02: Salgo l’ultimo gradino, lotto tra la calca del treno espresso proveniente da Torino Porta Nuova e diretto a Lecce; con i miei bagagli quotidiani fatico a trovare posto. Oh, finalmente ci siamo, un po’ di riposo!
8:35: Fermata a Monopoli, c’è Andrea, c’è Silvia. Ci incamminiamo verso l’ufficio.
09:00-18:00: Il tempo scorre, lento o come un fulmine, tra rabbia, questioni varie, telefonate improbabili, difficoltà con gli inserzionisti e i colleghi, appuntamenti, riunioni. Ma per fortuna non mancano confidenze, risate e la tisana delle 17:00.
18:15: Ancora sul treno. Leggo? Scrivo? No, adesso parlo con chi viaggia con me.
!8:50: Sono a Bari. Corri, la spesa!
20:00: Arrivo a casa, metto tutto al suo posto, in ordine, preparo la cena… Ma quanti siamo, 2, 4 o 10? Ok, tutto il palazzo si riunisce, mi serve un rinforzo. E’ ora di pensare al pranzo per domani.
23:00/24:00: Rimetto la sveglia. Domani si ricomincia.

martedì 30 novembre 2010

La pentima

Chissà quale sarà mai l’etimologia di questa parola, che si annuncia con uno scoppio –pe-, prosegue con un gancio appena percettibile –nt-, e si conclude in una nota dolce –ima-.
Qualunque sia la sua storia, pentima vuol dire scoglio, e dà nome a una parte di Monopoli per me finora sconosciuta.

Ci sono andata nel primo pomeriggio, saranno state le 14:00. Ho avuto la sensazione di trovarmi in una piazza, deserta, in cui un tempo forse si incontravano i signori colti per discutere, o al contrario i pescatori per vendere la loro merce. D’estate penso che la pietra bianca diventi abbacinante per il sole che attraversa la pentima. Oggi invece il cielo è quasi plumbeo, il vento muove minacciosamente le nuvole, specie una carica di pioggia che, per fortuna, tiene tutta per sé. E sul tracciato lungo e stretto, la pietra bianca, le ringhiere, gli scalini circolari attorno a piccoli e grandi piazzali, sono coperti come da un’ombra luminosa che mi fa pensare a una cartolina.

Dal centro della pentima, facendo attenzione a non calpestare la terra fresca, ancora nuda, priva di verde o d’altro colore che non sia, appunto, il color terra, basta guardare a destra, avanti e a sinistra per vedere tre diversi scenari.

A destra. Nel punto più vicino all’osservatore, i palazzi sono disposti su diversi gradini, quasi a voler affermare ora la loro altezza, ora la loro prominenza alla pentima, e di quella hanno il colore, il bianco. Ma basta guardare un po’ più in là per accorgersi di costruzioni irregolari nelle forme –squadrate, spigolose-, come nei colori contrastanti: giallo, blu, rosso che, arrivando alla punta estrema, soffocano quasi il candore delle prime abitazioni. Sarebbe bello sapere che colpo d’occhio daranno gli edifici che, prima o poi, verranno innalzati da quelle due gru e da quelle ruspe che occupano dello spazio per il momento libero. Il primo spazio che incontra il paesaggio che si staglia davanti.

Avanti. Blu, profondo, irrequieto, solcato da mille piccole increspature nervose, intense, si stende il mare. Ineffabile per la miriade di suggestioni che fa affiorare, inenarrabile per le infinite storie e leggende di cui si rende ogni volta protagonista mai uguale a se stesso. Una scaletta arrugginita sembra il prolungamento dello scoglio a cui è legata, come avvinta in un innesto così innaturale da sembrare l’unica destinazione che quella scala avesse potuto avere. Un appoggio solido, perché la discesa verso il mare sia dolce e sicura. Seguendo l’andamento della scogliera, a tratti popolata da uccelli bianchi che qualcuno, imprudentemente, chiama piccioni, ancora un’altra Monopoli si offre agli occhi a sinistra.

A sinistra. E’ la città vecchia, il cuore pulsante che ha dato linfa alla crescita del tutto intorno. Il bicolore della pietra segna nettamente l’età più antica e quella più vicina. La prima è color sabbia, è quella più prossima al mare. Di questo colore sono le mura del castello, per secoli protezione della città dal nemico proveniente dal mare. Il secondo colore è ancora una volta il bianco, quello delle case moderne, delle facciate dietro cui si celano altri tesori. E in delicato gioco cromatico, spunta una torre, o meglio, un campanile che sovrasta questa parte della città e si rivolge all’orizzonte, al mare.

Al centro sempre la pentima: forte come la tradizione, rispettosa come l’austerità dei tempi passati, dolce come la serenità che si respira sostando sui suoi gradini.